Sulla possibile chiusura del CSC dell’Aquila

Pubblichiamo con piacere questo breve articolo della nostra associata Eleonora Gasparotto Nascimben, che al CSC dell’Aquila si è diplomata nel 2016.

La chiusura del Centro Sperimentale di Cinematografia a L’Aquila sembra inevitabile. Rimangono ambigui i motivi per cui la regione Abruzzo non voglia più finanziare la sede. In definitiva viene spontaneo chiedersi che senso abbia il CSC a L’Aquila. Si potrebbe tentare di trovare una risposta chiudendo gli occhi, mentre il cuore batte più forte e manca il respiro, la paura ti assale e sotto ai piedi qualcosa scricchiola. Nell’aria è percepibile un odore di muffa e di calcinacci. Alcuni ragazzi si aggirano nei corridoi vuoti, tra muri crepati e tetti sfondati, mentre cercano di comprendere questa città così complessa da odiarla, arrabbiarsi e piangere con lei, semplicemente perché la si è amata. Si è scoperta a schiaffi la sua umanità, all’interno di un’inarrestabile resistenza e di un’anomala vitalità. Una realtà in continuo movimento che durante questa prima decade è stata immortalata da una cinquantina di studenti che hanno tentato di ricucire quella frattura sociale che si è creata nel capoluogo abruzzese dopo il sisma del 2009. Ragazzi che nonostante le recenti scosse sono rimasti in città, tra una parete che si scuote durante una lezione e il tavolo che trema mentre si monta un film. Giovani che sotto l’albero hanno trovato un pacco, pieno di rabbia se si pensa ai sacrifici fatti, perché quando si ha vent’anni è vero che si è ancora capaci di sognare, ma si è ancora terribilmente confusi e terrorizzati da quello che verrà, dal come costruirsi un futuro, da ció che la società si aspetta, specialmente quando si è appesi a un filo politico che impone delle scelte in cui si è coinvolti, senza però essere stati presi in considerazione. Nessun senso di colpa tra chi festeggia con arrosticini e Montepulciano. Nessun problema se non che con l’anno nuovo il Paese rischia di svegliarsi con un pezzo di anima in meno. Nessun cambiamento epocale se non fosse che questi anni hanno dato vita a un archivio sociale, storico e culturale post-terremoto, una realtà che con grinta inaspettata lotta e guarda avanti dopo le ferite, uno spazio indifeso e spesso dimenticato, se non quando la tragedia regala sprazzi di intrattenimento. Una memoria collettiva e storica composta da immagini in movimento, suoni, fotografie, dialoghi, testimonianze. I pensieri, le vite, i sentimenti, le voci e le storie di una comunità, il cuore pulsante de L’Aquila quando il corpo era in un profondo coma. Ricordi che non sono rimasti tra le mura di una sede, coinvolgendo centinaia di abruzzesi, aiutando a ricostruire l’anima di un territorio. Una terra, quatrà, che ha tremato sotto e dentro a questi ragazzi. Una simbiosi quella tra L’Aquila e la sede del CSC che difficilmente sarà clonabile perchè questa città, rispetto al resto del Paese, non è più interessante o meno banale, ma semplicemente vive un cambiamento antropologico unico da studiare e comprendere, un futuro punto di riferimento da diffondere per sostenere altre realtà colpite da un sisma che necessitano non solo di nuovi edifici, ma soprattutto di ricostruire l’assetto sociale, rimettendo l’uomo di nuovo al centro delle politiche del nostro Paese.

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