Progetto Rosso Malpelo

Progetto Rosso Malpelo
Liberiamo dalla schiavitù del lavoro i bambini del mondo

100 scuole adottano 1000 bambini

Secondo i dati forniti dall’ UNICEF oggi nel mondo vi sono 218 milioni di bambini che lavorano.

Con le loro piccole mani cuciono le scarpe con le quali camminiamo, i palloni con i quali giochiamo, fanno i tappeti che arredano i nostri salotti, lavorano nei campi e nelle fabbriche, raccolgono immondizie, chiedono l’elemosina, si prostituiscono. Tutte forme di sfruttamento odioso, inumano, che non dovrebbero più esistere, ma che purtroppo alimentano una parte notevole del sistema economico mondiale. Tra tutte le forme disfruttamento,quello dei bambini che lavorano nelle miniere è senza dubbio il più odioso e intollerabile.

Perché in miniera i bambini sono costretti a lavorare al buio, dentro cunicoli che sprofondano nelle viscere della terra, senza aria né luce, in ambienti malsani, in promiscuità con uomini che a causa del caldo spesso lavorano nella più completa nudità. Per i bambini è naturale avere paura del buio, delle ombre, dei fantasmi, dei rumori improvvisi. Entrare in una miniera provoca un senso di spaesamento, di alienazione dalla realtà che sconvolge e atterrisce persino gli adulti, provate a pensare cosa può succederenella mente di un bimbo di nove anni che per guadagnare un dollaro o due è costretto a passarvi l’intera giornata, le settimane, i mesi, gli anni.

Ogni mattina,ogni santa mattina, quando spunta il sole sul civile Occidente e le madri accompagnano i loro figli a scuola, nel resto del mondo una moltitudine di piccoli esseri scende nel profondo della terra, scava minerali, trasporta pietre e carbone su e giù per anfratti e cunicoli. E quando viene sera e ritornano in superficie, il buio della notte li avvolge un’altra volta e ce li nasconde, a noi, che siamo ben felici di non poter vedere né sentire.

Ma quanti sono i bambini che ancora oggi lavorano nelle miniere?
Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil) sono più di un milione.

Più di un milione. Mio Dio, quant’è più di un milione!

Quanto una città. Un’intera città popolata da bambini che vivono sotto terra come topi, abbandonati a se stessi come cani randagi. E noi non riusciamo a vederli.

Quando abbiamo iniziato il film, assieme ai miei collaboratori abbiamo deciso che doveva servire a qualcosa. Abbiamo parlato con i tecnici, gli attori, persino le comparse, e tutti sono stati d’ accordo. Avremmo lavorato al minimo sindacale, e tutti gli utili del film, tutti gli utili, sin dal primo euro, sarebbero andati a un progetto che servisse a liberare dalla schiavitù del lavoro nelle miniere il maggior numero possibile di bambini. Liberarli dal lavoro e garantirglicibo e scuola.

Ma quanti bambini e quanti soldi?
Ci siamo dati un obiettivo minimo. Cinquecentomila euro per mille bambini..

Per realizzare questo obiettivo vogliamo partire dalle scuole, dove ci sono i giovani, gli insegnanti, i presidi, una bella fetta di quella società civile che vorremmo si indignasse e dove, d’altra parte, Rosso Malpelo si studia nei libri di testo.

Pasquale Scimeca

Il film

Rosso Malpelo è stato girato in Sicilia, in quei luoghi dove una volta c’era il più grande bacino minerario per l’estrazione dello zolfo d’Europa e oggi c’è il Parco Minerario di Floristella-Grottacalda. Come già si capisce dal titolo, il film è tratto da una delle novelle più belle e conosciute del grande scrittore Giovanni Verga.

Prima di iniziare questo stavamo lavorando a un altro progetto dal titolo Senza terra. Un film da girare in Brasile sulle condizioni di vita dei ragazzi di strada che vivono nelle favelas di Rio de Janeiro. E’ venuto così naturale superare la dimensione verista per una lettura tragica di Rosso Malpelo. La tragedia non ha tempo e non ha storia. La miniera sprofonda nelle viscere della terra dove il tempo e la storia si annullano in sé. Lo sfruttamento e la solitudine dei bambini sono di ogni tempo e di ogni storia.

Il neorealismo è l’unico movimento rivoluzionario che il cinema italiano abbia mai prodotto. Dal neorealismo deriva la Nouvelle vague e il Cinema Novo. Il neorealismo deve molto a Verga (La terra trema).

La forma è sostanza. La rottura col banale e l’asservimento al potere è sostanza che prende forma attraverso i corpi e i volti dei non attori, la lingua è forma della sostanza,è l’incomprensibilità dei dialetti arcaici-post-moderni con cui si esprimono i ragazzi di strada nelle favelas.La forma della miniera è sostanza; un lungo budello che scende nel ventre della madre (terra) largo un metro e alto un metro e mezzo. In queste condizioni non si possono scegliere le inquadrature, mettere le luci, montare carrelli, costruire scene, fare brillare lustrini, insomma il cinema al suo stato primitivo si libera di tutto il superfluo, di qualsiasi estetica e retorica, finiscono gli alibi, la M.d.P. cessa di essere un nascondiglio per il regista e gira da sola (è successo che per mancanza di spazio e di aria la M.d.P. fosse stata buttata per terra, accesa e lasciata sola con l’attore).

La produzione

Rosso Malpelo è per un terzo finanziato con fondi della Comunità Europea (POR Sicilia)e per gli altri due terzi è finanziato dai soci della Arbash e dai lavoratori, dai tecnici e dagli attori che hanno deciso di prestare la loro opera con paghe al minimo sindacale.

Il progetto

I soci della Arbash, i tecnici, gli attori, i lavoratori che hanno partecipato alla realizzazione del film, hanno deciso di comune accordo di dedicare tutti gli utili del film sin dal primo euro, in un progetto finalizzato ai bambini che lavorano o che vivono attorno alle miniere.

Per evitare qualsiasi equivoco o fraintendimento, sarà aperto un conto speciale presso la Banca Etica, dove andranno tutti i soldi che il film incasserà nelle sale cinematografiche e con la vendita dei diritti tv.

A gestire questo conto saranno chiamate delle personalità di alto valore morale che si faranno garanti con la loro faccia e la loro storia, affinché non un solo euro venga perduto o rubato.

Cento scuole adottano mille bambini

Questa parte del progetto, realizzato in collaborazione con l’ AGIS SCUOLA, prevede proiezioni del film in cento scuole selezionate su tutto il territorio nazionale. Ognuna di esse, con il ricavato dei biglietti venduti, adotterà un bambino liberato dalla schiavitù del lavoro nelle miniere. L’intero incasso, escluse le spese per l’affitto delle sale cinematografiche e i diritti SIAE, andrà direttamente a finanziare il progetto.

Le miniere dove ancora oggi lavorano i bambini sono sparse su tutto il pianeta. Ve ne sono in Asia, in Africa, in America Latina. Dovendo per forza fare una scelta, si è deciso di concentrare le finalità del progetto sulla Bolivia, nella regione del Potosì.

Il progetto, elaborato dal MLAL (Movimento Laici America Latina) è il seguente:
Breve presentazione del MLAL ProgettoMondo

Il Mlal ProgettoMondo è stato fondato e ha operato a partire dal 1966 come associazione di volontariato per la cooperazione allo sviluppo. Si è costituito a Roma come Organizzazione Non Governativa di Volontariato Internazionale il 6 giugno 1972 e nello stesso anno è stato riconosciuto idoneo dal Ministero degli Esteri Italiano a realizzare attività di volontariato internazionale, ad attuare propri programmi di cooperazione tecnica con paesi in via di sviluppo.

In 40 anni d’esperienza, il MLAL ProgettoMondo ha promosso circa 270 programmi di cooperazione internazionale in America Latina e in Africa con l’impiego di oltre 850 volontari e cooperanti. Il Mlal, tra le altre attività, è attivo nel lavoro per la tutela dell’infanzia a rischio e nella difesa del diritto all’educazione per bambini e adolescenti.

Il contesto di intervento

Il progetto interesserà due comuni del Potosi in Bolivia. I comuni interessati sono: Atocha e Cotagaita. La regione del Potosì si caratterizza per il territorio estremamente accidentato ed è da sempre conosciuto per i suoi giacimenti minerari, in particolare di stagno e argento. Le miniere sono di solito collocate nelle pendici dei picchi montani a quote spesso superiori ai 4.500 m. Nelle valli sottostanti le miniere, vivono i contadini, prevalentemente indigeni di etnia quechua.

Il Potosì è una delle zone più depresse della Bolivia. Secondo i dati statistici ufficiali il 64,1 % delle abitazioni è priva di elettricità, il 56,6% è senza acqua potabile, il 13,7% dei bambini sotto i 5 anni sono denutriti, il 74,99% delle donne partorisce da sola, il tasso di scolarizzazione tra i 5 e i 24 anni è appena del 41,1%. Atocha e Cotagaita sono realtà molto diverse tra di loro: Cotagaita ha carattere essenzialmente agricolo e rurale; Atocha è profondamente segnato dall’attività mineraria. Eppure queste due realtà risultano fortemente legate e interdipendenti per fattori generati direttamente e indirettamente dall’attività mineraria: migrazioni e contro migrazioni verso le miniere, flusso di prodotti alimentari inquinamento delle falde acquifere causato dallalavorazione dei metalli.

Il comune di Atocha, ospita uno dei bacini estrattivi più grandi del paese: il centro minerario del Chorolque situato ad un’altezza di 4780 m. dove si estrae stagno, argento, antimonio ezinco, condizioni di sicurezza precarie. La popolazione totale presente nel comune é di circa 12 mila persone. In prossimità delle miniere, si creano aggregati urbani improvvisati, con ripari di fortuna, privi di servizi e infrastrutture. In questi aggregati urbani, le condizioni di vita degradanti vanno di pari passo con una situazione sociale di forte crisi: alcolismo, prostituzione anche infantile, violenza, in particolare verso le donne.

L’attivitá mineraria ha un impatto drammatico in termini di inquinamento delle risorse idriche. Durante la lavorazione dei minerali vengono utilizzate sostanze chimiche altamente pericolose che vengono poi scaricate nei fiumi senza alcun trattamento. L’acqua contaminata dei fiumi viene utilizzata sia per il consumo umano e animale, sia per irrigazione, rendendo con il tempo completamente improduttivi i suoli. Le malattie per infezioni intestinali sono molto diffuse nella zona cosí come quelle dell’apparato respiratorio. Secondo i dati dell’istituto nazionale di statistica boliviano riferiti all’anno 2003, la percentuale di episodi diarroici in minori di 5 anni é addirittura del 97.84%. Il clima freddo delle pendici montuose, i sistemi deteriorati di distribuzione dell’acqua potabile, l’alimentazione squilibrata sono fattori aggravanti particolarmente per le fasce della popolazione piú deboli: i bambini.

Cotagaita è una cittadina agricola di circa 24.000 abitanti situata ad un’altitudine di 2.800 m. nella provincia di Nor Chica. I principali prodotti coltivati sono: pesche, pere, fichi, viti e in misura minore, mais e ortaggi. I terreni coltivati da ciascuna famiglia hanno una scarsa estensione – in media circa 0,8 ettari -. Per i contadini locali, le entrate economiche derivanti dall’agricoltura si limitano alla vendita della frutta che riescono a trasportare nella città di Potosí e del mais secco che vendono nei mercati locali, nei quali si realizza prevalentemente il baratto. La bassa produttività della terra, l’eccessiva parcellazione, l’allevamento poco organizzato fanno sì che la condizione delle famiglie contadine di Cotagaita sia molto difficile.

Le attività del progetto

PORTARE I BAMBINI A SCUOLA E GARANTIRGLI UN PASTO AL GIORNO.

Nel contesto descritto sopra, la realtà dei bambini che vanno a scuola è abbastanza precaria e le politiche pubbliche solo da pochi anni si stanno organizzando per dare un servizio più puntuale.

In particolare si sta diffondendo la distribuzione della “merenda scolare”, cioè di un pasto completo in grado di contribuire alla corretta alimentazione dei bambini. In realtà molto povere, la merenda scolare sta dimostrando un impatto importante nel favorire la scolarizzazione e contenere la malnutrizione infantile. Troppo spesso però, queste politiche sono sostenute con le donazioni alimentari straniere, con problemi sia per la qualità del cibo, sia per il mercato locale dei prodotti agricoli, con danni per i produttori locali. Per questo risulta importante incentivare e favorire l’utilizzo di prodotti agricoli alimentari locali. A riguardo sono già state sperimentate alcune esperienze pilota di collaborazione tra scuole locali e le associazioni di contadini (ARCO IRIS e COAPA). In queste scuole si è così potuto attivare un servizio di merenda scolare di buona qualità, variata nei cinque giorni, a base di frutta, latte, pane, farine di cereali e marmellate, con costi assolutamente contenuti, pari a 0,20 € per razione.

Sulla base di queste esperienze il progetto favorirà la stipula di una convenzione tra i comuni interessati dal progetto e le associazioni di produttori per l’avvio del servizio di “merenda scolare” nelle scuole dei due territori. Man mano che l’esperienza prenderà piede, inoltre si sosterrà il miglioramento delle attività di trasformazione agroalimentare gestite dalle associazioni contadine, per consentire loro di rispondere meglio alla domanda locale.

Il progetto inoltre sosterrà l’attività scolastica attraverso l’acquisto di materiale didattico per le scuole comunali.

SOSTEGNO ALL’IMPRENDITORIA FEMMINILE

Pur nella povertà del contesto locale, le donne si fanno comunque promotrici di piccole attività economiche che rappresentano utili e importanti forme di integrazione del reddito familiare, quali: produzione di marmellate, preparazione di farine per le merende, attività di piccolo commercio presso il centro minerario del Chorolque. Inoltre, in area rurale, la migrazione periodica degli uomini presso le miniere, fa delle donne il punto di riferimento dell’attività produttiva nelle aziende agricole.

Un freno alla capacità imprenditoriale delle donne viene proprio dalla condizione di esclusione e discriminazione sociale a cui esse sono sottoposte a causa dei tratti fortemente macisti della cultura locale. Questi tratti vengono esasperati nei centri abitativi sorti in prossimità delle miniere dove la natura temporanea della permanenza dei minatori sommati ai problemi di alcolismo rende evidente un problema di violenza sulle donne che in realtà è ampiamente diffuso in tutto il territorio regionale.

Per questo il progetto promuoverà l’attivazione di gruppi di mutuo-aiuto tra donne per parlare-discutere-socializzare sui problemi che le molte donne affrontano nella loro quotidianità: violenza familiare, alcoolismo, sfruttamento. Questa attività fa da premessa-avvio di strumenti economici (aiuti per l’acquisto del capitale iniziale) e finanziari (fondi di rotazione, microcredito, ecc.) a supporto dell’avvio da parte delle donne di piccole attività economiche, come la trasformazione di prodotti agricoli e il piccolo commercio.

Con 300 € si può aiutare una donna dell’altipiano ad attivare una nuova attività economica o a rafforzare un’attività già esistente

SALUTE PUBBLICA

Alle condizioni climatiche sempre più avverse man mano che aumenta l’altitudine, si sommano cause dovute ad una alimentazione insufficiente e inadeguata, all’inquinamento delle fonti di acqua potabile, alle precarie condizioni in cui i minatori svolgono il proprio lavoro. A riguardo il progetto intende operare in due direzioni;

– Attraverso il potenziamento delle attività di prevenzione sanitaria sulterritorio, con particolare attenzione alle malattie infantili.

Con 3.500 € al mese si può garantire il funzionamento di un Centro di Salute Pubblica.

– Migliorando la qualità dell’acqua per uso domestico.

Con 20.000 € si può portare l’acqua ad una comunità rurale.

Durata e costi

IL progetto avrà una durata di 3 anni. Il costo complessivo previsto è di Euro 500.000,00così suddivisi:

  • Garantire un pasto al giorno a mille bambini che frequentano la scuola.Euro 200.000,00
  • Acquisto di materiali didattici.Euro 30.000,00
  • Aiuto a 150 donne (da sole o in cooperativa) a sviluppare un’attività imprenditoriale. Euro 45.000,00
  • Garantire il funzionamento di un Centro di Salute Pubblica.

Euro 125.000,00

  • Portare l’acqua potabile alle comunità. Euro 40.000,00
  • Promuovere attività di socializzazione. Euro 20.000,00
  • Spese generali organizzative. Euro 40.000,00

La realizzazione del progetto è subordinata all’impegno (formale e sostanziale) delle autorità e dei rappresentati locali a non utilizzare i bambini nel lavoro in miniera.

Percorsi didattici legati al film

Lo sfruttamento minorile ieri e oggi: le inchieste giornalistiche. L’inchiesta del 1876 di Franchetti – Sonnino sullo sfruttamento dei carusiin minierao gli articoli di Adolfo Rossi dello stesso periodo confrontati con i tanti documenti (dagli articoli di giornali,alla documentazione sul Web, alle statistiche) che incontriamo nella vita di ogni giorno.

  1. Studiare l’evoluzionedi queste forme di scrittura.
  2. Individuare i processi economico-sociali e le connessioni che legano il mondo industrializzatocon quello dei bambini poveri del terzo mondo.
  3. L’uso del Web. La scrittura elettronica.

Vedi allegati 1.2.3.4.

La letteraturadella zolfara. Il tema può essere considerato un approfondimento dell’ argomento precedente dalpunto di vista della letteratura.

  1. Il diverso approcciodi Verga e Pirandellosul tema dei carusi (Rosso Malpelo e Ciaula scopre la luna).
  2. Gli scrittori a noi più contemporanei: Carlo Levi, Leonardo Sciascia,Vincenzo Consolo.
  3. Sul tema della realtà dei bambini di strada, si consiglia la lettura del romanzo di Jorge Amado: Capitani della spiaggia.

Bibliografia

  • Giovanni Verga:Rosso Malpelo,Dal tuo al mio.
  • Luigi Pirandello: Ciaula scopre la luna,I vecchi e i giovani.
  • Carlo Levi: Le parole sono pietre.
  • Leonardo Sciascia:Gli zii di Sicilia.
  • Vincenzo Consolo: Di qua dal faro.
  • Jorge Amado: Capitani della spiaggia.

Verga precursore del romanzo moderno

La modernità – scrive Luperini – inizia con Verga e con la sua nuova concezione di narratore. Mettendo in crisi l’onniscienza di chi narra e portando il lettore subito e senza preavvisi nel fatto nudo e crudo, lo scrittore siciliano realizza per primo una frattura fra autore ed opera che sarà propria del Novecento. In questo senso proponiamo un viaggio nei diversirealismiche si sono sviluppati a partire dal verismo. Dal rapporto di Verga con De Roberto, Capuana e Pirandello, al realismo magico di Vittorinie al romanzo storico-sociale di Sciascia, con un salto nella letteratura sud americana di Garcia Marqueze di Jorge Amado. Sarebbe interessante, ad esempio, sviluppare il confronto tra il romanzo di AmadoCapitani della spiaggiae Rosso Malpelo.

Malpelo come Amleto. Rosso Malpelo tragedia moderna.

In Rosso Malpelo, l’ingegnere, mentre Mastro Misciu resta schiacciato dalla frana, si trova a teatro ad assistere alla rappresentazione di Amleto. In questo modo Verga ci offre una chiave di lettura della novella. Amleto è l’eroe moderno per eccellenza. Il cattivo, vendicatore e vittima. Il suo parlare ha la durezza della verità. E’ l’immagine dell’uomo moderno in un ‘mondo fuori squadra ‘ che si sta trasformando. L’ossessione del padre morto, la madre che lo ha tradito. Sono tutti tratti che condivide con Malpelo. Sarebbe interessante uno studio sui due testi. Considerando anche che la struttura delle due opere è senza intrecci secondari: tutto è concentrato sui due protagonisti

Dal verismo al neorealismo. La tradizione letteraria entra nel linguaggio cinematografico.

Nella prefazione a Dal tuo al mio, Verga scrive:
“Al lettore non sfuggono, come non sfuggono al testimonio delle scene della vita, il senso recondito, le sfumature di detti e di frasi, i sottintesi e gli accenni che lumeggiano tante cose coi freddi caratteri della pagina scritta, come la lagrima amara o il grido disperato suonano nella fredda parola di questo metodo di verità e di sincerità artistica – quale deve essere, perché così è la vita , che non si svolge, ahimé, in belle scene e teatri eloquenti. -…”

Le parole di Verga sembrano preludere a quella che sarà la rivoluzione del cinema italiano del dopoguerra che va sotto il nome di neorealismo. Capire la specificità del linguaggio cinematografico rispetto a quello letterario con autori che si rifanno direttamente o indirettamente alla letteratura verista.

Le possibilità sono molte. Ne indichiamo qualcuna.

  • Un raffronto tra La terra tremadi Luchino Visconti eI Malavoglia di Verga. (vedi allegato 5.)
  • I film di Roberto Rossellini sull’infanzia
    • Paisà
    • Germania anno zero
    • Europa ’51
  • I film di Vittorio De Sica
    • Ladri di biciclette
    • Sciuscià

Percorsi interdisciplinari: Storia. Geografia. Scienze. Società.

Un percorso interdisciplinare legato al film potrebbe essere il seguente:

  • La storia delle miniere. Dall’epoca romana ai giorni nostri.
  • Dove si trovano le miniere oggi. Quale ruolo hanno nelle varie economie degliStati. Che cosa si estrae e con quali metodi. Quante persone vi lavorano. Quali sono le miniere dove vengono impiegati i bambini. Perché vengono impiegati i bambini.
  • Quali sono le caratteristiche dei minerali che vengono estratti. I processi di raffinazione. Il loro impiego nelle industrie e nella vita di ognuno di noi.
  • Le miniere a cielo aperto e le miniere del sottosuolo.
  • Le discariche di immondizia delle grandi metropoli del terzo mondo possono essere considerate come delle miniere?Quanti sono i bambini che vi lavorano e qual è il loro tenore di vita?

ALLEGATO 1.
Il lavoro dei fanciulli nelle zolfare siciliane.
(tratto dall’inchiesta “La Sicilia nel 1876” di L. Franchetti e S. Sonnino)

Nelle province di Girgenti e di Caltanissetta avvengono sotto i nostri occhi, parecchie ingiustizie verso i minori che vengono sfruttati nel lavoro delle miniere. Le miniere di zolfo in Sicilia variano moltissimo le une dalle altre per il numero, la lunghezza e la profondità delle gallerie di estrazione, a seconda delle grandi varietà di giacimento degli strati del minerale, e anche dello sminuzzamento della proprietà del suolo alla superficie. I metodi di estrazione dello zolfo sono simili in quasi tutte le miniere, e il lavoro è uguale per tutti, sia per grandi che per piccoli. Il lavoro è molto faticoso a causa dell’inclinazione dei pozzi d’estrazione, solo alcune gallerie sono a leggero declino.
Nonostante l’impiego della tecnologia moderna per l’estrazione dello zolfo, il lavoro dei fanciulli si adopera per il trasporto dello zolfo dalle gallerie di escavazione fino al punto dove corrisponde il pozzo verticale o la galleria orizzontale. In Sicilia il lavoro minorile nelle gallerie è più duro di quanto si possa immaginare, perché il lavoro dei fanciulli consiste nel trasporto del minerale sulla schiena, in sacchi o ceste: il materiale, dalla galleria dove viene scavato dal picconiere, viene portato al calcarone ( si chiama la fornace in forma di conca che serve per fondere lo zolfo ) per essere lavorato.
Il lavoro dei picconieri consiste nel rompere la roccia, che contiene zolfo, col piccone. Viene pagato per casse di minerali. Il partitante, o capo operaio, delegato dall’amministrazione, dà ai singoli picconieri lo stesso acconto che riceve lui sulle casse di minerali, riservando per sé il guadagno della compartecipazione dello zolfo fuso; o più spesso dà loro qualcosa di meno anche sul prezzo delle casse. La maggior parte delle volte il partitante paga a giornata calcolando questa in base ai tanti viaggi del ragazzo. Lui ha il giudizio delle quantità e qualità del minerale, poiché volta per volta esamina la cesta del ragazzo, e lo rimanda indietro quando il contenuto non sia di sua soddisfazione: il ragazzo è quello che ne busca.
I carusi sono quei poveri ragazzi che trasportano il minerale. La maggior parte dei carusi ha tra gli 8 e gli 11 anni, ma alcuni iniziano il loro lavoro a 7 anni. Ogni picconiere impiega in media da 2 a 4 carusi. Questi ragazzi percorrono coi carichi di minerale sulle spalle le strette gallerie scavate a scalini nel monte, con pendenze talora ripidissime, e di cui l’angolo varia in media da 50 a 80 gradi. Gli scalini generalmente sono irregolari, più alti che larghi, sui quali ci si posa appena il piede. Le gallerie in medie sono alte 1.50 metri e larghe circa 1.10 metri, ma spesso anche meno. Il lavoro dei fanciulli nelle gallerie va dalle otto alle dieci ore al giorno e devono compiere durante queste un determinato numero di viaggi, ossia trasportare un dato numero di carichi dalle gallerie di escavazione dello zolfo, mentre i ragazzi impiegati all’aria aperta lavorano dalle 11 alle 12 ore. Il carico varia a seconda dell’età e la forza del ragazzo, ma è sempre superiore a quanto possa portare una creatura di tenera età. I più piccoli trasportano un peso dai 25 ai 30 Kg, e quelli dai 16 in poi dai 70 agli 80 Kg. In media ogni carusu compie 29 viaggi di andata e 29 di ritorno. Il guadagno giornaliero di un ragazzo di otto anni sarà di £ 0.50, dei più piccoli e deboli £ 0.35; i ragazzi più grandi, di sedici e diciotto anni, guadagnano circa £ 1.50 e talvolta £ 2 e 2.50.
Accennati così sommariamente i fatti principali relativi al lavoro attuale dei ragazzi nelle zolfatare, sorge spontanea la domanda: Vi è modo di rimediare a tanto male, senza rovinare l’industria mineraria in Sicilia ?
Noi accenneremo soltanto le opinioni che si udirono pronunziare sulla questione da parecchi direttori ed amministratori di grandi zolfare.
Da una parte un amministratore di una vastissima zolfara si lamentava che il nuovo progetto di legge presentato al Parlamento, il quale mira a regolare il lavoro dei fanciulli nelle miniere, porterebbe infallibilmente alla rovina dell’industria dello zolfo. Questi diceva che il lavoro dei fanciulli era sempre indispensabile per portare il minerale dal luogo di escavazione al punto dove sbocca il pozzo di estrazione o la ferrovia inclinata, quindi doveva escogitare il modo per evitare la spesa per la costruzione di pozzi di estrazione.
In ogni caso le famiglie dei fanciulli si opporrebbero a qualunque diminuzione delle ore di lavoro che porterebbero ad una diminuzione dei loro guadagni.
Lo stesso amministratore osava affermare che i fanciulli attualmente non lavoravano mai più di 4 o 5 ore al giorno, e non sono impiegati che dai 12 anni in su.
Chiunque avesse visto il lavoro nelle zolfare siciliane, avrebbe potuto convincersi dell’insussistenza assoluta delle notizie fornite intorno alle ore di lavoro e all’età dei ragazzi.
Un capo ingegnere di una delle maggiori zolfare della Sicilia credeva che si poteva benissimo far a meno quasi del tutto del lavoro dei ragazzi con un sistema bene ordinato di gallerie inclinato, unite al pozzo di estrazione mediante alcune gallerie orizzontali. Egli riteneva che il risparmio del salario dei ragazzi avrebbe largamente compensato la maggiore spesa delle gallerie. Però nel caso di deviazioni forti nella direzione dei filoni, o di altri ostacoli, bisognava talvolta, per evitare la troppa spesa, fare delle gallerie irregolari come le attuali; e per quei tratti, conveniva sempre adoperare il lavoro dei ragazzi, che restavano soltanto in via di eccezione , come accadeva nelle miniere di carbon fossile. La nuova legge quindi non gli faceva nessunospavento.
Se tali provvedimenti o altri simili non bastassero a togliere del tutto il lavoro dei fanciulli nelle miniere, diminuirebbero però di assai il numero necessario per l’andamento di una zolfara.
Riguardo a una legge tutelatrice dei fanciulli è non solo utile, ma indubbiamente necessaria e indispensabile, una legge che determinasse il minimo dell’età a cui si possano impiegare bambini nelle zolfare, regolando il lavoro dei minori.
Purtroppo i genitori rovinano la salute fisica e morale delle loro creature per guadagnare di più, e nemmeno per campare, questo però non dovrebbe mai passare inosservato al legislatore.

ALLEGATO 2.
Stralcio di un articolo di Adolfo Rossi.
(Pubblicato dal giornale La Tribuna).

….a un certo punto, mentre attraversavamo la montuosa regione che separa Campobello dalle zolfatare, vedemmo in lontananza un ragazzo di nove o dieci anni, basso e robusto, che fuggiva per la campagna brulla, inseguito a duecento metri di distanza da un uomo senza berretto e dalle vesti bianche di zolfo, che per correre meglio si era levato le scarpe e con esse minacciava il fuggitivo con atti d’ira feroci.

“E’ un picconiere che cerca di ripigliarsi un caruso scappato”,ci dissero i contadini. “Se lo prendono lo conciano per le feste. Sono cose che succedono qui tutti i giorni”.

Preso così come una bestia da soma, il caruso appartiene al picconiere come un vero schiavo: non può essere libero: non può essere libero finché non ha restituito la somma predetta, e siccome non guadagna che pochi centesimi al giorno, la sua schiavitù dura per molti anni. Egli è maltrattato dal padre che non può liberarlo,o dal picconiere, che ha interesse a sfruttarlo il più a lungo possibile. E quando tenta di fuggire sono persecuzioni feroci.

“Ma fermate quel picconiere!”, gridammo. Alcunilo raggiunsero infatti e lo fermarono. Ma dopo una breve discussione vedemmo che lo lasciavano andare.

“E’ nel suo diritto – ci dissero quando tornarono da noi – il caruso gli appartiene.”.

“Quando si tratta di qualche scapaccione – ci disse un caruso che faceva parte della nostra comitiva – sono cose da nulla. Il male è quando il picconiere adopera il bastone. La settimana scorsa il caruso Angeleddu d’anni 13 fu ucciso dal suo picconiere con otto bastonate.”

“E il picconiere non fu arrestato?”

“Non li arrestano mai. Chi si incarica dei carusi? I carusi, quando muoiono ammazzati per le autorità sono morti sempre per morte naturale. Poco tempo fa nelle miniera Picuzza un altro caruso morì in seguito a un calcio nello stomaco.”.

“Come ti chiami tu?” chiesi al caruso che ci narrava questi orrori.

“Filippo Taglialama da Campobello. Ho 13 anni. Lavoro come caruso da cinque anni e sono in debito verso il picconiere di venticinque lire.che non potrò mai pagare”.

Tirammo innanzi molto tristi …

ALLEGATO 3.
Dal sito www.reportafrica.it un articolo di Marco Trovato.
CACCIA AL TESORO
Tra i baby-minatori della Tanzania.

La tanzanite è un gemma rara e preziosa. Si trova in miniere profonde e pericolose. Dove centinaia di bambini scavano senza sosta. Nella speranza di uscire dal tunnel
Hanno tra gli otto e i tredici anni. A vederli sparire sotto terra vengono i brividi: le gallerie dentro cui si infilano sono cunicoli stretti e fragili che potrebbero crollare da un momento all’altro. Basta un improvviso cedimento del terreno, un attimo di disattenzione o un movimento sbagliato per restare intrappolati a centinaia di metri di profondità. E finire inghiottiti dal buio, per sempre. Eppure i baby-minatori non sembrano preoccupati per la loro sorte: sanno di aver poco da perdere e in ogni caso non hanno alternative che scendere negli abissi, per sopravvivere. E’ un lavoro sporco e pericoloso, il loro. Un mestiere duro e imprevedibile, come lo sono i preziosi frammenti di tanzanite che si celano nel ventre della terra. «Questa pietra splendente può cambiare la vita – spiega un giovane lavoratore della miniera – Il problema è che per trovarla bisogna rischiare la vita tutti i giorni».
Siamo nel villaggio di Mererani, vicino ad Arusha, nel nord-est della Tanzania, l’unica regione al mondo che dispone di giacimenti di “zoisite”, ovvero “tanzanite”, una gemma rara e pregiata dai sorprendenti rilessi blu e viola. Un’autentica ricchezza naturale scoperta alla fine degli anni Sessanta; un tesoro minerario d’inestimabile valore che viene portato alla luce, giorno dopo giorno, da una miriade di piccole imprese locali, affiancate dalla multinazionale sudafricana Afgem che dal governo di Dar es Salaam ha ottenuto in esclusiva lo sfruttamento dei giacimenti più ricchi.
Qui, fino a trent’anni fa, pascolavano le mandrie dei masai. Poi la savana è stata trivellata come un gruviera e le colline sono state sfregiate da strade polverose e squallide distese di baracche. Al posto dei pastori ora ci sono i minatori. Migliaia di minatori, tra loro tantissimi ragazzini. Vengono da ogni parte del Paese in cerca della pietra luccicante e sognano di accumulare ricchezze principesche nelle miniere di Mererani. Sul mercato mondiale delle pietre preziose, la quotazione della tanzanite viene appena dopo quella dei diamanti – e prima di rubini, zaffiri e smeraldi – non a caso gli esemplari più scintillanti si trovano nelle migliori gioiellerie di Parigi, New York, Londra. Il colosso dell’oreficeria Tiffany l’ha fatta diventare un segno distintivo dei Vip. Solo negli Usa il suo giro d’affari sfiora i cinquecento milioni di dollari l’anno. Ma ai piccoli minatori della Tanzania arrivano solo le briciole del business: il loro guadagno medio è di due dollari al mese.
Secondo stime delle organizzazioni umanitarie, tra i 1.500 e i 3000 baby-minatori sono impiegati nelle miniere tanzaniane, oltre 400 di loro si calano ogni mattina nelle gallerie sotterranee di Mererani. Qui i bambini sono molto richiesti, ed è facile intuire il perché: lavorano anche tredici ore al giorno, senza protestare né scioperare; riescono a infilarsi nei tunnel più stretti e fanno da rapida spola tra gli uomini in profondità e i rifornimenti in superficie. Il tutto per una manciata di soldi, perché la gran parte di questi baby-minatori non ha famiglia né casa, ed è disposta a qualsiasi sacrificio pur di mangiare. «Vivono in condizioni disperate, esposti ad ogni genere di violenza e abuso – racconta Alida Vanni, la fotoreporter che ha scattato le immagini di questo servizio – sono costretti a calarsi nelle grotte senza alcuna protezione, senza stivali né guanti. Arrivano fino a trecento metri di profondità con una precaria torcia sulla fronte, che potrebbe spegnersi da un momento all’altro: mi hanno raccontato di ragazzini dimenticati in fondo alle miniere e di altri uccisi dall’esplosione delle mine». Ma questi sono drammi destinati a restare sepolti nelle viscere profonde dell’Africa.

La curiosità . La pietra preziosa indossata dalla protagonista del film Titanic era uno stupendo esemplare di tanzanite. La sua brillantezza, immortalata al collo dell’attrice Kate Winslet poco prima del naufragio del celebre transatlantico, ha sedotto il pubblico americano: dopo la proiezione nei cinema Usa di Titanic la richiesta di tanzanite è aumentata in poche settimane del 25%.

ALLEGATO 4.

Per quanto riguarda la documentazione sullo sfruttamento deibambini nelle miniere oggi, indichiamo alcuni siti web, all’interno dei quali è possibile trovare notizie in tal senso. Si consiglia inoltre la lettura di:

Jean Ziegler:L’impero della vergogna,Marco Tropea Editore,2006

  1. http://www.ilo.org
  2. http://www.mlal.org
  3. http://www.manitese.it
  4. http://www.peacereporter.net
  5. http://www.hrw.org/
  6. http://www.alisei.org
  7. http://www.nuoveschiavitu.it
  8. http://unimondo.oneworld.net
  9. http://www.unicef.org
  10. http://europa.eu.int
  11. http://www.globalmarch.org

ALLEGATO 5.
Da Verga a Gramsci
di Luchino Visconti

Interessato come sono ai motivi profondi che turbano e rendono inquieta, ansiosa del nuovo, la esistenza degli italiani, ho sempre visto nella questione meridionale una delle fonti principali della mia ispirazione. Devo precisare che in un primo tempo mi sono accostato a questa questione, posso dire anzi di averla scoperta, per una via puramente letteraria: i romanzi di Verga. Ciò accadeva nel 1940 – 41 mentre preparavo Ossessione. La sola letteratura narrativa alla quale, nel quadro del romanzo italiano, sentivo di potermi riaccostare, dopo le letture giovanili, nel momento in cui col mio primo film affrontavo, sia pure i limiti imposti dal fascismo, un tema contemporaneo della vita italiana, era quella di Mastro Don Gesualdo e dei Malavoglia. Devo dire che, fin da allora, maturai il progetto di fare un film da questo romanzo. Poi venne la guerra, con la guerra la Resistenza e con la Resistenza la scoperta, per un intellettuale della mia formazione, di tutti i problemi italiani, come problemi di struttura sociale oltre che di orientamento culturale, spirituale e morale.

Le differenze, le contraddizioni, i conflitti tra nord e sud cominciarono ad appassionarmi al di là del fascino esercitato su di me, come settentrionale, dal mistero del Mezzogiorno e delle isole, ancora ai miei occhi assai simili alle terre sconosciute che scoprirono i Mille di Garibaldi. Vittorini aveva suonato un buon allarme con le sue “conversazioni”. La chiave mitica in cui fino a quel momento avevo gustato Verga, non mi fu più sufficiente. Sentii impellente il bisogno di scoprire quali fossero le basi storiche, economiche e sociali, sulle quali era cresciuto il dramma meridionale e fu soprattutto con la lettura illuminante di Gramsci che mi fu consentito il possesso d’una verità che attende ancora d’essere decisamente affrontata e risolta. Gramsci non soltanto mi persuase per la acutezza delle sua analisi storico – politiche che mi spiegavano fino in fondo le ragioni, il carattere del Mezzogiorno come grande disgregazione sociale e come mercato di sfruttamento (di tipo coloniale) da parte della classe dirigente del nord, ma perché, a differenza di altri importanti autori meridionalisti, mi dava l’indicazione pratica, realistica, di azione per il superamento della questione meridionale come questione centrale della unità del nostro paese: l’alleanza degli operai del nord con i contadini del sud, per spezzare la cappa di piombo del blocco agrario industriale: Mi illuminò inoltre, Gramsci, sulla funzione particolare, insostituibile degli intellettuali meridionali per la causa del progresso, una volta che fossero stati capaci di sottrarsi al servilismo del feudo e al mito della burocrazia statale.

La bontà dello schema gramsciano ha trovato conferma nelle lotte del dopoguerra. E, malgrado le grandi trasformazioni avvenute nel Mezzogiorno e in Sicilia sulla base dei movimenti contadini per la riforma agraria, per l’autonomia e per la industrializzazione, sembra a me che la indicazione del grande combattente antifascista sia rimasta insuperata. Ma si potrà chiedere perché nei miei film di ispirazione meridionale io mi sia addentrato in drammi essenzialmente psicologici, sulla linea costante della rappresentazione del tema verghiano del fallimento, dei “vinti” insomma. Cercherò di rispondere a questa osservazione.

Un film nasce da una condizione generale di cultura. Non potevo partire, volendomi accostare alla tematica meridionale, che dal più alto livello artistico raggiunto sulla base di tale contenuto: da Verga. A ben guardare, però, anche nella Terra trema io ho cercato di mettere a fuoco, come fonte e ragione di tutto lo svolgimento drammatico, un conflitto economico. La chiave di volta degli stati d’animo, delle psicologie e dei conflitti, è dunque per me prevalentemente sociale, anche se le conclusioni a cui giungo sono soltanto umane e riguardano concretamente gli individui singoli. Il lievito. Però, il sangue che scorre nella storia è intriso di passione civile, di problematica sociale.

E così, Rocco. La questione dei rapporti tra fratelli e tra figli e la madre non mi ha certo interessato meno di quella che una simile famiglia provenisse dal Sud, fosse una famiglia meridionale. Operando questa scelta non mi sono limitato, però, alla ricerca d’un materiale umano particolarmente suggestivo, ma ho consapevolmente deliberato di tornare sul problema del rapporto tra Nord e Sud, così come può tornarvi un artista il quale voglia, per così dire, non soltanto commuovere ma invitare al ragionamento.

Si rifletta a questo: in un momento in cui l’opinione ufficiale che si tende ad accreditare è quella di un Mezzogiorno e di una Sicilia e di una Sardegna trasformati dalla presenza d’un maggior numero di strade asfaltate, di fabbriche, di terre distribuite, di autonomie amministrative assicurate, io ho voluto ascoltare la voce più profonda che viene dalla realtà meridionale: vale a dire quella d’una umanità e d’una civiltà che, mentre non hanno avuto che briciole del grande festino del cosiddetto miracolo economico italiano, attendono ancora di uscire dal chiuso di un isolamento morale e spirituale che è tuttora fondato sul pregiudizio tipicamente italiano che tiene il Mezzogiorno in condizioni di inferiorità rispetto al resto della nazione. Forse ho forzato questo tema in modo energico e persino violento, ma nessuno potrà rimproverarmi di averlo forzato in modo arbitrario e propagandistico. Mi potrei avvalere del conforto della cronaca che registra ogni giorno l’odissea dei lavoratori meridionali che vanno al Nord in cerca di lavoro e di fortuna.

Ma per quanto mi sia facile affermare che la storia di Rocco e i suoi fratelli potrebbe benissimo figurare in una di quelle notizie di cronaca, io desidero rivendicare il carattere di tipicità. Nella particolarità del tutto fantastica dei miei personaggi e della vicenda, io credo di aver posto un problema morale e ideale che è tipico del momento storico in cui viviamo e che è tipico dello stato d’animo aperto, da un lato, alla speranza e alla volontà di rinascita dei meridionale, dall’altro lato, continuamente respinto, per la insufficienza dei rimedi, verso la disperazione o verso soluzioni del tutto parziali come quella dell’inserimento individuale, di ogni singolo meridionale in un modo di vita impostogli dall’esterno.

In questo quadro ho collocato la mia vicenda che, come è noto, arriva fino al delitto, centrando un aspetto del carattere meridionale che mi pare di grande importanza: il sentimento, la legge, e il tabù dell’onore.

Rispondo alla seconda questione. Il tema della sconfitta, della irrisione, da parte della società, dei più generosi impulsi individuali, è un tema moderno quant’ altri mai. Vi sono tuttavia almeno due modi di trattarlo. Vi è un modo estetico e compiaciuto che io non esito a definire asociale, anzi antisociale. V’è un modo, invece, che esamina le condizioni della sconfitta nel quadro delle difficoltà imposte dall’ordine costituito e che tanto più si arricchisce di speranza e di energia quanto più fa emergere dalla rappresentazione artistica il volto reale dell’ostacolo e il rovescio luminoso di una diversa prospettiva.

Verga arrestava il suo processo inventivo e analitico alla prima fase di questo metodo. Il mio tentativo è stato quello di estrarre dalle radici stesse del metodo verghiano le ragioni prime del dramma e di presentare al culmine dello sfacelo (nella Terra trema: il dissesto economico della famiglia Valastro; in Rocco: la frana morale nel momento di maggiore assestamento economico) un personaggio che chiaramente, quasi didascalicamente (non ho paura della parola) le mettesse in chiaro. Qui, in Rocco, non a caso questo personaggio è Ciro, il fratello divenuto operaio, che non soltanto ha dimostrato una capacità non romantica, non effimera di inserirsi nella vita, ma che ha acquistato coscienza di diversi doveri discendenti da diversi diritti.

Tutto sommato, e devo dire senza accorgermene, il finale di Rocco è riuscito un finale simbolico, direi emblematico delle mie convinzioni meridionaliste: il fratello operaio parla col più piccolo della famiglia d’una visione futura del suo paese che raffigura quella idealmente unitaria del Pensiero di Antonio Gramsci.

Come si vede sono arrivato a conclusioni sociali, e persino politiche, avendo percorso durante tutto il mio film soltanto la strada dell’indagine psicologica e della ricostruzione fedele d’un dramma umano.
Pessimismo il mio? Esasperazione e forzatura polemica di tutti i conflitti?
Pessimismo, no. Perché il mio pessimismo è soltanto quello della intelligenza, mai quello della volontà. Quanto più l’intelligenza si serve del pessimismo per scavare fino in fondo le verità della vita, tanto più la volontà si arma, a mio avviso, di carica ottimistica, rivoluzionaria.
Esasperazione dei conflitti? Ma questo è il compito dell’arte. L’essenziale è che i conflitti siano reali. Io credo perciò di aver dato con Rocco non un quadro di parte, ma un quadro sul quale tutti, purché animati di buona volontà, possono convenire: nel condannare ciò che merita condanna e nell’assumere quelle speranze, quelle aspirazioni cui nessun uomo libero può davvero rifiutarsi.

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